Il siciliano che vuole riportare la Silicon Valley coi piedi per terra
FEDERICO RAMPINI
Siamo tornati alle
regole che valevano negli anni Ottanta: ora ci vogliono nuovamente dai
cinque ai sette anni perché unazienda startup possa approdare
al collocamento in Borsa; di conseguenza anche i tempi di ritorno dellinvestimento
si sono dilatati molto, rispetto alla anomala rapidità degli ultimi
anni Novanta. Tutto si è raffreddato, si torna alla normalità.
Chi parla è Enzo Torresi, exolivettiano della Silicon Valley, serial
entrepreneur (come si definiscono qui i creatori dimprese sistematicamente
recidivi) e sicuramente uno degli italiani più noti e autorevoli
nel venture capital californiano. Torresi, che venne nella Silicon Valley
con i primi ricercatori del centro Olivetti di Cupertino e poi è
stato il padre di numerose aziende di successo (vedi scheda biografica),
ha ormai vissuto più di un boom e più di una crisi nella
capitale mondiale delle tecnologie avanzate. La stagione attuale ha però
una caratteristica particolare, perché questa recessione dellindustria
hitech è giunta dopo un boom che aveva visto una esplosione del
venture capital (Vc) senza precedenti perfino nella storia della California.
Quel che accadde qui tra il 1998 e il 2000 era talmente eccezionale, che
oggi leredità di quegli anni fa «velo» a una
adeguata comprensione dei numeri attuali.
Lanno scorso sono stati raccolti 286 nuovi fondi di Vc per un totale
di 40,6 miliardi di dollari: una cifra di tutto rispetto (altissima in
termini assoluti: in una serie storica fa del 2001 unannata da «vacche
grasse»), se non si confrontasse con un 2000 in cui i nuovi fondi
erano stati 605 con 104,6 miliardi di dollari di capitali. Difficile anche
interpretare gli ultimi segnali che indicano un venture capital in moderata
risalita già nel quarto trimestre 2001, soprattutto in California
e meno nel resto degli Stati Uniti (ma comunque la Bay Area assorbe da
sola la metà di tutto il Vc americano). E linizio di
una genuina ripresa? O è semplicemente un rialzo inerziale, dovuto
al fatto che i fondi esistenti cercano di far sopravvivere le startup
in cui sono impegnati e quindi erogano rifinanziamenti come bombole dossigeno?
Questa seconda ipotesi è corroborata dal fatto che i fondi di Vc
hanno accumulato 100 miliardi di dollari di capitale inutilizzato, difficili
da investire in questa congiuntura, ma difficili anche da rimborsare perché
restituire i soldi agli azionisti e dire «abbiamo scherzato»
non fa parte del costume del venture capitalista.
Stiamo ancora pagando
gli eccessi del passato dice Torresi perché poco
prima del crollo del Nasdaq che iniziò a bucare la bolla della
New Economy (marzo 2000), tutti i grandi nomi del Vc californiano si erano
messi a creare dei maxifondi di dimensione inusuale per chi fa questo
mestiere, dellordine di un miliardo di dollari luno. Per lesaltazione
provocata dai rendimenti offerti nel periodo 199899, questi maxifondi
si raccoglievano al telefono, in pochi giorni...Poi di colpo, dopo il
crollo del Nasdaq si sono congelati i due canali di sbocco per gli investimenti
di Vc: le acquisizioni realizzate da grandi imprese come la Cisco, e i
collocamenti di matricole in Borsa». Senza questi due sbocchi il
Vc non può realizzare i suoi profitti: anche le startup di successo
sono tali solo sulla carta, finché non vengono vendute o quotate
in Borsa.
Ora ambedue questi
canali sono praticamente chiusi. Per questo il mestiere del venture capitalista
torna agli anni Ottanta, ad orizzonti temporali di realizzazione del profitto
molto più lunghi. Il che per un verso è positivo: la logica
del Vc è proprio quella di offrire profitti potenzialmente enormi,
ma con unassunzione di rischi ben più elevati di altri investimenti,
e la capacità di guardare lontano. E grazie a questa logica
che la Silicon Valley è stata il luogo di nascita di tutte le ultime
rivoluzioni industriali, dallelettronica dei transistor in poi.
Se invece il Vc diventa un gioco dove si vince a colpo sicuro, e si passa
allincasso dopo un anno o due (comè accaduto nelleuforìa
di questo fine secolo), i conti non tornano.
Ma adesso non cè il rischio che limmenso accumulo di
capitale a disposizione dei fondi di Vc già esistenti (ma non ancora
utilizzato) crei un incentivo irresistibile a investire comunque? E che
questo faccia salire i valori delle poche startup valide, quindi alimenti
una nuova bolla speculativa? Per Torresi «lo squilibrio esiste,
la liquidità disponibile è enorme rispetto alle opportunità
di investimento attuali, pertanto cè qualche possibilità
che si crei una nuova bolla speculativa, per esempio nelle biotecnologie
e nellingegneria genetica che sono i settori su cui si è
concentrato linteresse di molti venture capitalisti». Un problema
specifico del biotech oltre alla rischiosità tipica di ogni
settore ad alta innovazione dove poche aziende sono destinate a sopravvivere
alla spietata selezione della specie è che in definitiva
il successo di un nuovo brevetto (che si tratti di un vaccino per lantrace,
di una cura anticancro o di un nuovo test diagnostico) dipende dallomologazione
del ministero della Sanità, che ha tempi lunghi ed esiti incerti.
Un sì o un no dellautorità pubblica vuol dire la vita
o la morte di unimpresa.
Dopo l11 settembre è al centro dellattenzione anche
larea delle tecnologie legate alla lotta al terrorismo e alla sicurezza.
Torresi è il finanziatore di unazienda specializzata nelle
tecnologie optometriche per il riconoscimento facciale, la A4Vision, in
cui è entrata come socio anche la Logitech. Altre aziende di questo
filone nella Silicon Valley sono Visionics, Visage, Identix. «Alcune
imprese che forniscono tecnologie per la difesa antiterrosimo hanno visto
il loro valore triplicare di colpo dopo l11 settembre dice
Torresi ma il balzo le ha portate solo dai 100 milioni ai 300 milioni
di dollari: lordine di grandezza rimane modesto. Niente a che vedere
con quelle punte di esuberanza irrazionale che avevamo visto nel 2000
allapogeo delle dot.com, quando nomi come Akamai o Inktomi potevano
superare i 10 miliardi di dollari. Quella sbornia è passata, adesso
il mercato è vaccinato per qualche anno. Abbiamo ricevuto tante
lezioni negative e tutti sono diventati più cauti. Siamo nel dopobolla
ma anche nel dopoEnron, in un clima cioè in cui gli analisti finanziari
guardano con scetticismo perfino i bilanci della Cisco, figurarsi quelli
di una piccola startup». (Lunico bilancio su cui nessuno avanza
dubbi è la battuta che circola qui sulla West Coast
è quello della Microsoft, perché da un processo antitrust
allaltro è da anni che ha i giudici in casa, i suoi conti
li spulciano prima i magistrati degli azionisti...)
Torresi incarna un pezzo di memoria storica della Silicon Valley, perciò
non stupisce tanto che lui veda anche la faccia positiva di questa crisi:
«Quando arriva una recessione ci sono dei vantaggi. La manodopera
qualificata diventa più stabile, mentre prima cera un turnover
frenetico, gli uomini migliori ti lasciavano in un batter docchio.
Oggi tutti vengono a lavorare prima, escono più tardi, hanno più
fedeltà aziendale. Nel nostro mestiere del venture capital sono
spariti i cosiddetti «turisti», così come è
sparito per mancanza di finanziatori limprenditore amatoriale. Anche
i venture capitalisti più famosi, i grandi guru di società
come Kleiner Perkins, che un tempo viaggiavano al ritmo di cinque nuovi
investimenti in startup ogni mese, oggi sono completamente presi dalla
maintenance, dalla manutenzione, cioè dalla gestione quotidiana
delle startup già avviate, che assorbe molto tempo ed energia.
Sul prossimo futuro
Torresi è meno ottimista di quanto lo sia chi osserva gli indicatori
generali delleconomia americana. Per Greenspan la recessione sta
già finendo, per i consumatori non è mai iniziata, ma nella
Silicon valley che è stata lepicentro del crollo di investimenti
in nuove tecnologie, lorizzonte non è ancora chiaro. «Alla
Cisco sento dire che non hanno visibilità sui prossimi mesi, alla
Sun Microsystems lo stesso dice Torresi perciò io
ancora non sono convinto da questa ripresa, non mi sento di escludere
unandamento economico a forma di doppia v, cioè una ripresina
breve seguita da una ricaduta.
Tutto cominciò con la Olivetti
Enzo Torresi, 54 anni,
nato a Catania, laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino,
iniziò la carriera in Olivetti nel 1969 come ricercatore nei laboratori
tecnologici di Ivrea. Già nel 1970 si trasferì nel centro
di ricerca della Olivetti a Englewood Cliffs nel New Jersey, dove ottenne
due brevetti dallUS Patent office: nel 1971 su un display a cristalli
liquidi e lanno dopo su un metodo di stampa "non impact".
Nel 1976 fu nominato dirigente della Olivetti e si trasferì a Cupertino
dove fondò per lazienda di Ivrea lAdvanced Technology
Center, che arrivò nel 1982 a contare 170 ricercatori e professionisti
di informatica. Nel 1983 lasciò lOlivetti e fondò
la Businessland Inc., che divenne rapidamente la più grande catena
di distribuzione di personal computer degli anni 80. Negli anni successivi
ha creato una serie di altre società (Netframe Systems, Power Computing,
Accel Partners e altre). Nel 1999 fondò Eurofund Partners, fondo
di venture capital che opera in Silicon Valley. E uno dei promotori
della "Band of Angels" di Palo Alto, che riunisce i venture
capitalist californiani.