Parla Torresi Per
sfondare nellhigh tech le sole idee non bastano. Ci vuole un mercato
grande, una squadra adatta e un effettivo vantaggio competitivo. Lo dice
un uomo con 30 anni desperienza negli USA, ex Olivetti, ora a capo
della sede californiana di myQube.
di Stefano Elli
Apertura di una sede a Silicon
Valley e ingaggio di Enzo Torresi. Con questa doppia manovra, myQube,
lincubator italiano di start up per società attive nellalta
tecnologia, intende innalzare un punto davvistamento sul grande
parco dellhigh tech Usa.
Per farlo, la società
che gestisce il fondo di 200 miliardi di lire EuroQube, promosso da Pirelli
(a cui aderiscono Benetton, Mediobanca, Merril Lynch, Banca Intesa, Gazzoni
Frascara, Camfin e Caltagirone), non ha scelto un manager qualsiasi.
Ma colui che è considerato
uno dei più esperti conoscitori dei semiconduttori e uno dei pionieri
del venture capital del settore.
Torresi, catanese dorigine,
torinese dadozione e di studi, nominato dirigente Olivetti a soli
31 anni, vive negli Usa dal 71.
Prima di approdare alla guida
della branch americana di myQube, per anni è stato lambasciatore
di Ivrea per le tecnologie.
Dellaventura americana
di Olivetti, Torresi ha vissuto tutte le fasi: dallideazione e distribuzione
della macchina per calcolo elettrico più avanzata dellepoca
(la Divisumma, che nel 61 costava già 360 mila lire), ai
primi pc.
Torresi, uscito da Olivetti,
si mise in proprio e fondò la prima grande catena di distribuzione
per pc, Businessland, che quotò in borsa nel dicembre 83.
A Torresi Milano Finanza
ha chiesto di fare il punto sul venture capital specializzato
nellhigh tech.
Domanda. Con quali obiettivi
myQube apre negli Usa?
Risposta: Ci siamo resi
conto che lavorare nellhigh tech senza un ufficio in California
è come lavorare nel settore dei diamanti senza avere una sede in
Sudafrica, unopzione che non ha molto senso...
D. E avete già individuato
qualche azienda significativa su cui puntare?
R. Il primo investimento
in realtà è già stato avviato. La società
si chiama NoHold ed è stata fondata nel gennaio di questanno
da Diego Ventura, un imprenditore italiano che vive in California dal
83.
Ha sviluppato un prodotto software
che si rivolge al b2b. Permette ai clienti di ricevere un supporto tecnico
on-line e, con una tecnologia che interagisce con gli utenti tramite la
scrittura, risponde ed elabora soluzioni a problemi tecnici.
D. Quali sono i tre elementi
che possono fare la fortuna di uno start up?
R. Lapplicazione
alla new economy delle regole della old economy. Ci sono tre capisaldi.
La presenza di un mercato potenziale grande. Lessere in possesso
di un sostenibile vantaggio competitivo e la presenza di un team allaltezza.
Sono poche le imprese che sono
in grado di passare indenni attraverso questo setaccio.
D. Un mercato è grande
solo in termini geografici?
R. No, non solo in quelli.
Le faccio un esempio: ciò che caratterizza i telefonini è
che non sono più un prodotto desiderabile. Si sono trasformati
in prodotti indispensabili.
Ecco cosa fa della telefonia
mobile un mercato davvero grande. Per la squadra, poi, è necessario
avere un capo che sia dotato di unampia visione strategica, che
sia in grado di guardare lontano. E degli esecutori che siano in grado
dindividuare e risolvere i molti dettagli delle varie situazioni
che si presentano.
D. E che cosa crea il vantaggio
competitvo?
R. Avere unidea
non basta. Ci vuole lapplicazione, la tecnologia, la concretezza
di un progetto e i mezzi e gli skill per realizzarlo.
D. Laltissimo numero
degli start up che si succedono in questo periodo fa pensare al fatto
che in futuro si possa assistere a un alto numero di flop.
R. Il rapporto tra investimenti
hit e miss ( azzecarci e sbagliare ndr) è rimasto costante nel
corso di questi ultimi anni.
lunica differenza con
il passato è il notevole aumento del capitale impiegato, per cui
i flop sono bombe con un potenziale maggior potere deflagrante.
Ma tale rapporto non è
molto cambiato dai tempi della old economy, né, a mio avviso, sarà
destinato a cambiare in futuro