RCS Corriere della Sera
Luned, 15 Maggio 2000
In Copertina
INTERVISTA
Parla Enzo Torresi, uno dei grandi di Palo Alto
Per ora, l'e-commerce off-line
Wall Street non d pi denaro a chi non fa utili entro due anni
Il suo sogno americano cominciato nel 1976, quando Palo Alto era solo
un paesone vicino a San Francisco e la Silicon Valley muoveva i primi
timidi passi. Adesso Enzo Torresi, 54 anni, un multimilionario, in dollari,
che torna raramente nella sua Sicilia, frequenta Bill Gates e Larry Ellison,
quello della Oracle, e per mestiere finanzia aziende appena nate che puntano
sulla New Economy. Venture capitalist? Io veramente preferisco definirmi
un venture catalist, dice Torresi, di passaggio per poche ore a Milano.
Nel senso - continua - che mi vengono sottoposte tantissime idee promettenti
e, visto che mi impossibile verificarle tutte, preferisco indirizzare
gli aspiranti imprenditori verso strutture nate apposta per finanziare
nuove iniziative.
Non per niente il manager con base in California diventato advisor di
MyQube, il fondo incubatore appena lanciato da Gian Luca Braggiotti, che
un altro manager di scuola Olivetti, proprio come Torresi. Gi, perch quasi
25 anni fa il gruppo di Ivrea sped il giovane ingegnere catanese a Cupertino,
in California, per lanciare un nuovo centro ricerche, l'Advanced Technology
center. Da quei laboratori sono uscite molte idee importanti (la macchina
per scrivere ET, il primo personal Olivetti M20) e con gli anni Cupertino
si trasformata in una straordinaria scuola per manager-ingegneri, molti
dei quali sono diventati imprenditori di successo negli Stati Uniti. Torresi
apr la strada nel 1982, quando si mise in proprio e con i finanziamenti
di alcuni fondi californiani di venture capital, fond Businessland, la
pi grande catena commerciale di personal computer degli anni Ottanta.
Era solo l'inizio. Tra l'89 e il '97, Torresi fonda NetFrame, poi Power
computing e infine Icast corporation. Una cavalcata che oltre a consentirgli
di accumulare un notevole patrimonio personale lo proietta nel ristretto
club dei manager che contano nella New Economy in versione americana.
Da lui allora ci si potrebbe aspettare un peana sui fantastici orizzonti
di crescita delle aziende nate e cresciute nel segno di Internet. Torresi
invece molto cauto. Getta acqua sulle speranze di facili guadagni per
chi, da imprenditore o da semplice investitore, si lanciato anima e corpo
sul business online.
Per almeno due anni il mercato vissuto di promesse impossibili da mantenere.
Da qualche settimana, per, l'aria cambiata. I castelli di carte, le aziende
che promettevano utili da qui a dieci anni, hanno cominciato a vacillare.
Molti analisti per sostengono che siamo di fronte a una crisi di crescita.
Il mercato prende fiato per poi ripartire. Lei come la pensa?
Io credo che ci dobbiamo scordare i rendimenti a cui ci siamo abituati
nel recente passato. Per qualche mese almeno i titoli della New Economy
nella migliore della ipotesi oscilleranno intorno ai valori attuali e
poi, forse, riprenderanno a salire, ma a ritmi di gran lunga meno veloci
rispetto a quelli del 1999.
Quali aziende saranno pi penalizzate?
La selezione maggiore dovrebbe avvenire tra le societ di e-commerce, e
per e-commerce intendo il commercio on line destinato al consumatore finale.
Per quale motivo?
Perch a Wall Street si sono messi a fare i conti e si sono accorti che
molte aziende nei mesi scorsi protagoniste di irresistibili rialzi in
realt non solo non faranno utili nell'arco dei prossimi uno-due anni,
ma nemmeno fra cinque o sei. Insomma, sono aziende condannate al fallimento.
Lei vede nero, insomma...
In realt ci sono differenze tra azienda e azienda, tra settore d'attivit
e settore d'attivit. Un conto vendere on line personal computer o accessori
per l'informatica. In questi campi le prospettive di crescita restano
promettenti. Lo scenario invece appare decisamente meno brillante per
chi punta sull'abbigliamento, gli alimentari, la musica.
Eppure moltissimi analisti fino a poco tempo fa sembravano ottimisti,
a Wall Street come in Europa. Come si spiega il cambio d'umore?
Tutto si spiega con la pubblicit, almeno in America.
E cio?
Voglio dire che per attirare clienti le societ di e-commerce devono vendere
con sconti consistenti rispetto ai commercianti tradizionali e spesso
sono costretti a vendere sottocosto. Per tappare i buchi contano sulla
pubblicit on line, sul moltiplicarsi dei banner sui loro siti.
Dove si inceppato il meccanismo?
Semplice, la pubblicit arrivata in misura molto inferiore al previsto.
In altre parole neppure negli Stati Uniti, almeno per il momento, gli
spot in rete sono considerati un veicolo pubblicitario efficace e gli
investimenti si riducono di conseguenza.
Risultato?
Le societ di e-commerce continuano a perdere soldi. I loro bilanci restano
in rosso e in misura molto superiore al previsto. Logico allora che gli
investitori si siano spaventati e questo ha provocato almeno due conseguenze.
Quali?
La prima, evidente, stata il ribasso nelle quotazioni di Borsa. La seconda
che per le societ di e-commerce sempre pi difficile finanziarsi sul mercato
borsistico. Un fatto particolarmente grave, perch molte di queste aziende
contavano entro breve tempo di tornare a chiedere soldi agli investitori
con aumenti di capitale. Da Wall Street per arrivato un messaggio chiaro:
niente soldi alle societ che non hanno prospettive di profitto entro i
prossimi due anni.
Andr cos anche in Italia?
Spero di no. Io ho gi visto il film americano e credo di poter dare un
qualche contributo, insieme agli amici di MyQube, perch in Italia il decollo
dell'e-commerce sia un po' meno turbolento.
C' una lezione particolare che possiamo imparare dalle vicende americane?
Una su tutte: diffidare delle aziende che dichiarano di puntare all'utile
nel giro di quattro-cinque anni. Nell'e-commerce, perch un'iniziativa
sia credibile, il punto di pareggio va raggiunto molto prima. A Wall Street
adesso gli investitori non sembrano disposti ad aspettare pi di un paio
di anni.